Da cosa siamo nati? Il Vulcano Laziale,le sue fasi geologiche,gli attuali Colli Albani

Il Vulcano Laziale (Latium Volcano), è la struttura geologica dei Colli Albani, l’attuale paesaggio del territorio dei Castelli Romani.

Il Vulcano Laziale cominciò a formarsi accumulando i prodotti delle sue prime attività su un basamento più antico di sedimenti marini, che formavano un’ampia pianura tra la costa e gli Appennini. Si stima che in tutto il Vulcano Laziale abbia eruttato circa 297 km3 di materiale vulcanico.Gli ultimi studi confermano che le ultime attivita’ del Vulcano risalgono a circa 5000 anni fa’ con esondazioni dei laghi e potenti lahar che si sono verificati fino al IV secolo.

Attualmente, tutta area vulcanica mantiene una discreta attività, costituita da emissioni gassose (anche altamente tossiche), deformazioni nel terreno e frequenti deboli scosse sismiche (raramente potenti e distruttive, come negli anni 1438, 1806, 1829, 1899, 1927), tanto da essere classificato come vulcano quiescente.


La storia geologica del Vulcano Laziale può essere schematizzata in tre periodi o “fasi”: I fase, o “Tuscolano-Artemisio”; II fase, o “Delle Faete” o “dei Campi di Annibale”; III fase, o “Di via dei Laghi”


I fase:  In questa prima fase si creò la struttura del Vulcano, caratterizzata da imponenti esplosioni e colate piroclastiche e laviche, intercalate da lunghi periodi di calma e dalla formazione di accumuli dei primi prodotti vulcanici (tufi grigi granulari) sopra le argille, le sabbie, le ghiaie marine e continentali che formavano una prima ampia fascia pianeggiante. L’accumulo delle lave prodotte, che arrivarono fino alle future porte di Roma, e successivamente, di lapilli, scorie e ceneri formò un grande cono largo alla base oltre 60 km. Questa fase è suddivisa in quattro cicli intervallate da periodi di stasi con formazione di paleosuoli:

  • Primo ciclo: Tufi pisolitici.
  • Secondo ciclo: Pozzolane nere.
  • Terzo ciclo: Pozzolane rosse.
  • Quarto ciclo: Tufo lionato, Tufo di Villa Senni.

La prima fase termina intorno a 360.000 anni fa. Attualmente della sommità di quella caldera rimane un ampio recinto di rilievi collinari, che si estende dal Monte Tuscolo fino al Monte Artemisio a forma di ferro di cavallo (il recinto esterno o recinto Tuscolano-Artemisio), e supera di poco i 700 metri d’altezza arrivando, sul Monte Artemisio, a toccare i 939 metri col Monte Peschio

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II fase:In questa seconda fase 280.000 anni fa si formò un nuovo vulcano, più piccolo all’interno del precedente, l’apparato delle Faete, la cui sommità era formata da una vasta cavità circolare (caldera) larga 15 km e chiusa da alte pareti. Parallelamente a questa attività centrale si ebbe una notevole attività anche da bocche laterali, con trabocco di grandi colate di lava lungo delle fratture: sarebbe questa l’origine della zona settentrionale del Vulcano Laziale, notevolmente ribassata, che un tempo ospitava il “Pantano Borghese”.

Dopo un periodo di relativa calma l’attività riprese, nuove lave si aprirono la strada verso la valle (colata di Capo di Bove) e si innalzarono coni di scorie lungo le faglie delle pareti della caldera dell’edificio Tuscolano-Artemisio (es. Monte Ceraso lato E) e Monte Cavo sulle pareti dell’edificio delle Faete. Terminata anche la seconda fase iniziò un periodo di quiete che culminò con il raffreddamento del camino centrale (260 000 anni fa) e la formazione di un vero e proprio “tappo” di materiale magmatico consolidato.

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III fase:Si verifica tra i 200.000 ed i 19.000 anni fa o forse anche più di recente, ed è detta anche idromagmatica (dal greco idros=acqua, e magma), perché vede l’incontro tra le acque sotterranee e il magma del Vulcano. Il magma incandescente sottostante dovette aprirsi nuove strade nei fianchi del cono incontrando però, prima di uscire all’aperto, a diverse centinaia di metri di profondità, delle falde acquifere. L’acqua della falda profonda venendo a contatto con il magma in masse consistenti provocò la formazione di grosse quantità di composti volatili che trovando le vie di sfogo ostruite, crearono un potenziale esplosivo di inimmaginabili dimensioni. Quando si verifica che la pressione interna dei gas supera la resistenza meccanica delle rocce incassanti, avviene un’esplosione che le squarcia nel punto di maggiore debolezza.

Così risalendo, da qualche chilometro di profondità, i gas, in prossimità della superficie, disgregano repentinamente le rocce lanciandone in aria brandelli misti a vapori. Il materiale lanciato in aria ricadde formando gli accumuli dei noti peperini. La distribuzione in superficie, stratigrafica, dei peperini indica che le esplosioni freatiche sono state numerose e violente nella fase finale dell’attività del vulcano. Tale fase di intensa attività può essere ricondotta al formarsi di una notevole frattura nel basamento carbonatico profondo, messa in evidenza dallo sprofondamento di tutto il settore sud-occidentale dell’apparato vulcanico lungo una linea orientata da Frascati a Velletri. A seguito di questa fase, il cono di Monte Cavo si spegne, occludendo il cratere preesistente, mentre i crateri minori vengono riempiti dalle acque. È il caso di Campovecchio tra Marino e Grottaferrata, del Lago Regillo presso Frascati, di Pantano Secco e di Prata Porci sotto Monte Porzio Catone , la Doganella sotto Vivaro(Rocca di Papa) e Rocca Priora, Vallericcia sotto Ariccia, e il Laghetto di Turno sotto Castel Gandolfo, oltre ai due famosi laghi che ancora oggi esistono: il Lago Albano e il Lago di Nemi.

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Il Vulcano laziale oggi si presenta cosi :

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Foto:latium vulcano
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